1.0 – La stazione
Il bus del ritorno sarebbe partito alle dieci di sera dalla stazione dei bus di Kiyv. Un luogo unico a suo modo, uno snodo fondamentale nei trasporti per chi arriva e per chi se ne va. Un luogo nel quale militari, civili e stranieri si incontrano, uniti da storie seppur diverse con lo stesso sfondo. Insomma sembrava che tutta la nazione fosse lì.
Il nostro autobus era diretto a Varsavia, posizionato in fondo alla stazione, nascosto tra le decine di altri mezzi diretti per ogni dove. Ci apprestiamo a imbarcare i bagagli e scegliere i posti che avremmo occupato, il mezzo era
visibilmente pieno ed era possibile sentire un brusio di sottofondo a colorare la situazione finché, un rumore più forte copre quest’ultimo.
Il segnale antiaereo era appena scattato, ma la situazione sembrava tranquilla. Chiunque sul bus, provenienti per la totalità dall’Ucraina infatti, sembrava ignorare quel rumore, il brusio dopo una breve interruzione riprende forza. Pare che gli unici a preoccuparsi fossimo noi. L’impressione era quella di vivere gli eventi in terza persona, come se non fossimo realmente presenti sulla scena, come se tutto ciò che ci riguardasse non sortisse nessun effetto sugli altri passeggeri. Questa nostra impressione tuttavia verrà smentita poco dopo.
Tipicamente gli ucraini sono un popolo diffidente, sia dello straniero che l’uno con l’altro, un’eredità storica che aleggia su di loro, condizionando i rapporti interpersonali. Eppure, sembra che la forza di superare anche questa barriera culturale per qualcuno ci sia.
Prima di procedere, uno degli autisti passa per il controllo dei nominativi, il quale oltre a confermarci la totale assenza di stranieri, attira l’attenzione di qualcuno.
1.1 – Al lupo! Al lupo!
È infatti una passeggera come me a rompere il silenzio e abbattere quel muro che tanto, sembrava invalicabile. Seppur il mio obiettivo fosse quello di cogliere l’occasione e farle qualche domanda, sembra che lei fosse più interessata di me a ciò. Di fatto interagirà solo con me, sommergendomi di domande, visibilmente sorpresa che qualcuno dall’esterno possa venire volontariamente lì. Le domande che si susseguivano erano sulla mia provenienza, sul perché fossi in Ucraina, molte domande fatte con uno spiccato sottotesto materno.
Le domande sue avanzano, e nella discussione chiedo a Katia un po’ di lei: “Da che parte dell’Ucraina vieni?”,
“Sono nata in un piccolo villaggio vicino a Cherkasy” mi risponde e continuando le chiedo, “Vivi ancora lì?”,
“No, mi sono trasferita in belgio nel 2014, quando la Russia ha iniziato l’invasione, ho dovuto spostare il mio business lì per una maggiore stabilità” mi risponde, notando poi nel suo viso un chiaro disappunto, spiegandomi poi il suo mestiere di venditrice di peonie.
È infatti la condizione di molti ucraini che già dal 2014, sentendo l’aria che tirava si sono trasferiti.
“Ogni quanto torni in Ucraina?”, mi risponde “Di solito sto qui ogni due settimane, però è difficile tornare con tutte quelle ore di autobus”, come darle torto.
La conversazione continua e le chiedo come lei o le persone che conosce vivono questa situazione, “Ci sentiamo molto stanchi e avviliti, le sirene molte volte non ci fanno dormire di notte, inoltre il governo ha alzato le tasse e noi abbiamo sempre meno soldi” la sua risposta, è infatti una strategia russa, stremare la popolazione con continue minacce aeree in ore notturne per privarla del sonno, non a caso gli attacchi avvengono prevalentemente in quelle ore, utilizzando i droni più come arma di terrore.
“Tu eri in Ucraina quando è scoppiata la guerra nel 2022?”, “Sì, eravamo spaventati, le sirene suonavano di continuo e in televisione ci mostravano le immagini di cio’ che succedeva a sud”.
A quel punto mi viene spontanea e una domanda, “Il tuo villaggio è stato colpito?”, “Il mio no, tuttavia è stato colpito un ponte pedonale vicino al mio villaggio” a quel punto incalzo chiedendo,“È morto qualcuno?”, lei mi risponde semplicemente “Sì”.
Dopo questa risposta Katia sembra bloccarsi, gli occhi le diventano lucidi e una tensione, che prima era assente ora si percepisce in maniera forte, come se avessi con le mie parole rievocato immagini che invece dovessero rimanere seppellite.
In ogni caso dopo questa parentesi, mi chiede cosa ne pensassi delle recenti elezioni USA, in quel momento appena vinte da Trump e se l’Ucraina secondo me continuerà o meno a ricevere supporto.
La conversazione avanza, i toni sembrano essersi calmati e dopo un po’ di domande per ristabilire un clima sereno, mi sembra il momento di chiederle, “Cosa ne pensi degli ucraini russofoni dell’est?” lei non esita troppo e mi dice “Li trovo dei traditori, molti lavorano per il KGB“ e incalza dicendo “Sono spie di Putin, loro sono dappertutto”.
Qui la paranoia sembra avere la meglio, vedendo anche una banale confusione tra il KGB sovietico e l’FSB russo, la quale però rappresenta bene come infondo, il cambio di regime non significhi nulla.
Avvicinandoci al confine con la Polonia la conversazione sta per giungere al termine, se non prima di un’ultima domanda: “Prima dell’invasione del 2014 avevi clienti russi?”, “Sì, solo che da quel momento abbiamo tagliato i ponti”.
E prima che potessi chiedere qualsiasi cosa aggiunge: “E non ci lavoreremo mai più”. La conversazione si spegne, ci alziamo per prepararci al controllo dei passaporti al confine, ormai in piena notte, sia io che lei decidiamo che sia meglio dormire, senza l’idea che sarebbe stata la nostra ultima conversazione. Arrivati a Varsavia, nella fretta generale non si fa infatti tempo a scambiare qualche parola, sembra che l’unica cosa che si riesca a dire sia un semplice, “Arrivederci”.non solo lega l’articolo insieme, ma ispira anche i lettori a coinvolgersi ulteriormente.